Quando un albero perde olio dopo poche centinaia di ore, la causa non è quasi mai il labbro: è la sede che ha smesso di trattenere il paraolio. I paraoli metallici con anima in acciaio nascono esattamente per questo problema, perché l’inserto rigido annegato nella mescola dà al corpo una rigidezza che la gomma da sola non ha. Su un riduttore in ghisa, su un mozzo di trattore o su un supporto di pompa, questa differenza si traduce in un accoppiamento che resta stabile anche quando la temperatura di esercizio sale e la sede si dilata.
Perché un anello senza anima perde la presa sulla sede
Un paraolio lavora grazie a due tenute distinte: quella dinamica del labbro sull’albero e quella statica del diametro esterno nella sede. La seconda viene data per scontata e invece è quella che cede per prima. Il corpo in sola gomma, sottoposto a cicli termici, si rilassa: il fenomeno si chiama compression set e sui compound NBR standard diventa misurabile già dopo qualche centinaio di ore sopra gli 80 °C. Perso l’interferenza, il paraolio comincia a ruotare nella sede o a trafilare dal diametro esterno. L’olio compare all’esterno e l’officina sostituisce il labbro convinta che sia usurato, quando il labbro è ancora perfetto.
L’anima in acciaio cambia la fisica del problema. L’inserto, tipicamente in lamiera stampata da 0,5 a 1,2 mm a seconda del diametro, sopporta lui il carico di interferenza e mantiene la circolarità del corpo. La gomma resta libera di fare il suo mestiere sul labbro, senza doversi occupare anche della rigidezza strutturale. È il motivo per cui un anello con anima tollera senza problemi sedi da 200 mm di diametro, dove un corpo in sola gomma diventerebbe ingestibile già in fase di montaggio.
Riconoscerlo dalla sigla prima ancora di aprirlo
La nomenclatura più diffusa nei cataloghi identifica la costruzione con due lettere. La prima dice quanti labbri ci sono: S per il labbro singolo, T per il doppio labbro con parapolvere. La seconda descrive il diametro esterno. La C indica il corpo metallico a vista, cioè l’anima in acciaio che affaccia direttamente sulla sede. Un SC è quindi un labbro singolo con esterno metallico, un TC è un doppio labbro con esterno metallico. Quando invece trovi B o A come seconda lettera, l’esterno è rivestito in gomma e l’anima, se c’è, resta annegata.
Esiste anche la doppia armatura, siglata di solito con una C ripetuta: due inserti metallici, uno strutturale e uno di irrigidimento del labbro. Si trova sui diametri grandi e sulle applicazioni dove il paraolio deve resistere a una pressione anche modesta, nell’ordine di 0,3-0,5 bar, che tenderebbe a rovesciare il labbro. La sezione trasversale si legge a occhio se hai un pezzo vecchio da confrontare: l’anima si vede come una banda lucida sul bordo tranciato.
Dove il rinforzo si ripaga davvero
Il vantaggio è massimo su sedi in ghisa o acciaio, dove il coefficiente di dilatazione della sede è simile a quello dell’anima. Riduttori industriali, scatole di trasmissione, supporti di pompe centrifughe, mozzi ruota di macchine agricole: qui l’esterno metallico è la scelta di default. Anche la trasmissione del calore gioca a favore, perché il contatto metallo su metallo smaltisce verso la carcassa il calore generato dall’attrito del labbro, che su un albero veloce non è trascurabile.
Sulle macchine agricole il discorso si lega alla stagione. Un moltiplicatore di rotopressa o un albero di trincia lavora con vibrazioni continue e sbalzi termici violenti fra la sosta notturna e le ore di punta. È esattamente la condizione in cui una sede tenuta solo dall’elasticità della gomma comincia a lasciare andare. Con l’anima in acciaio il montaggio resta in interferenza anche quando la carcassa si scalda e si dilata più del paraolio.
I numeri da rispettare su sede, albero e finitura
L’anima non perdona una sede fuori tolleranza, perché non ha l’elasticità per recuperarla. La sede va lavorata in H8, con smusso di imbocco di 15-20 gradi e spigolo privo di bave. L’albero va tenuto in h11 sul diametro nominale, con rugosità della pista compresa fra Ra 0,2 e 0,8 micrometri, ottenuta per rettifica in tuffo e non per rettifica con avanzamento: la tornitura lascia un profilo elicoidale che pompa olio in una direzione e vanifica la tenuta. La durezza superficiale consigliata è almeno 45 HRC dove l’ambiente è abrasivo. Sono i valori richiamati dalla ISO 6194, la norma che regola dimensioni e prescrizioni degli anelli di tenuta radiali per alberi rotanti.
Sulle misure metriche più comuni, dal 25x47x7 al 55x80x10, l’interferenza sul diametro esterno metallico si aggira su valori dell’ordine di qualche centesimo, già garantiti dalla tolleranza costruttiva del paraolio: non va aggiunta né corretta con adesivi. Se la sede è ovalizzata o rigata da uno smontaggio precedente, l’anima metallica non la recupera. In quel caso la strada corretta è il ripristino della sede, oppure il passaggio a un esterno rivestito in gomma.
Quando conviene rinunciare all’esterno metallico
Ci sono tre casi in cui il rivestito in gomma vince. Il primo è la sede in alluminio: dilatandosi molto più dell’acciaio, alla temperatura di esercizio allenta l’accoppiamento, e un esterno gommato compensa il gioco. Il secondo è la sede usurata o leggermente rigata, dove la gomma si adatta alle imperfezioni e ristabilisce la tenuta statica. Il terzo è la carcassa in due semigusci, dove la linea di giunzione crea un gradino che il metallo non può seguire.
La scelta del compound resta indipendente dalla costruzione. L’NBR copre da -30 a +100 °C ed è lo standard per oli minerali. L’HNBR arriva a +150 °C e regge meglio gli additivi degli oli moderni. L’FKM lavora da -20 a +200 °C ed è obbligato dove ci sono oli sintetici aggressivi o temperature di punta elevate. Anima in acciaio e FKM convivono senza problemi: il vincolo è la temperatura massima della mescola, non del metallo.
Gli errori di montaggio che annullano il vantaggio
Il primo è battere sul bordo con un martello: l’anima si deforma in modo permanente e il paraolio entra ovalizzato. Serve un tampone che appoggi sull’intera corona esterna, e una pressa o un martello morbido usato in modo uniforme. Il secondo è montarlo storto e correggerlo a metà corsa: l’inserto rigido non si riallinea, e il labbro resta disassato rispetto all’albero. Il terzo è dimenticare la protezione sul passaggio delle cave di chiavetta o dei filetti, che tranciano il labbro all’inserimento.
Va poi ricordato di lubrificare il labbro prima dell’avviamento. Un paraolio montato a secco che gira anche solo pochi secondi subisce un danno termico irreversibile sul filo di tenuta, e la perdita compare dopo qualche giorno di esercizio, quando ormai la macchina è tornata in linea. Una goccia dell’olio dell’impianto sul labbro, mai grasso generico incompatibile con la mescola, è sufficiente.
Trovare la misura corretta a catalogo
La gamma dei paraoli metallici copre le misure metriche standard con oltre millequattrocento riferimenti a magazzino, in NBR e in FKM. Per il confronto con l’esterno gommato è utile guardare anche i paraoli senza molla, che coprono le applicazioni a bassa velocità dove il carico radiale sul labbro è meno critico. Sui riferimenti dei principali costruttori la copertura più ampia arriva da DICHTOMATIK e CORTECO, con le equivalenze dirette sulle sigle SC e TC.
Se stai lavorando su un impianto fermo e vuoi chiudere anche il resto della linea, la sostituzione dei paraoli sui motori elettrici raccoglie gli errori più frequenti su alberi di piccolo diametro, dove l’anima metallica è quasi sempre la costruzione di riferimento.
Capire dalla perdita quale delle due tenute ha ceduto
Prima di ordinare il ricambio conviene leggere il difetto, perché la diagnosi cambia il pezzo da comprare. Se l’olio bagna l’albero e forma un anello di gocce che seguono la rotazione, con una traccia lucida sul filo di tenuta, ha ceduto il labbro: la mescola si è indurita, ha perso elasticità, oppure ha lavorato su una pista rigata. Se invece la macchia parte dal bordo esterno del paraolio e cola sulla carcassa lasciando l’albero asciutto, il problema è la tenuta statica sul diametro esterno, e il ricambio identico rifarà la stessa perdita nel giro di poche settimane.
Una verifica rapida si fa con il paraolio smontato: appoggiato su un piano di riscontro, deve restare in piano su tutta la corona. Se dondola o mostra un’ovalizzazione visibile a occhio, l’anima è stata deformata al montaggio precedente ed è quasi certamente la causa. Vale la pena controllare anche il fondo della sede con un comparatore: un’ovalizzazione superiore a cinque centesimi sul diametro rende inutile qualunque paraolio a esterno metallico, e impone il ripristino della sede o il passaggio al rivestito in gomma.
Un terzo scenario, spesso frainteso, è la perdita che compare solo a caldo e sparisce a macchina ferma. In quel caso raramente è colpa del paraolio: quasi sempre lo sfiato del carter è intasato e la sovrapressione interna spinge l’olio oltre il labbro, che non è progettato per lavorare in pressione. Pulire lo sfiato costa pochi minuti e risolve un difetto che altrimenti torna a ogni sostituzione, consumando ricambi senza motivo.
Devi identificare un paraolio metallico partendo da una sigla concorrente o da una misura fuori standard? Contatta il nostro ufficio tecnico: verifichiamo costruzione, mescola e disponibilità a magazzino sulla tua misura.
